Roma, ieri sera. Sorrisi e occhi arrossati, ci raduniamo davanti al locale. I pugni, quelli, non si vedono, sono stretti e ficcati dentro le tasche. Ci abbracciamo tutti: i reduci di una sconfitta epocale.
Si entra. Arriva Fausto. Sorride, stringe le mani e ci bacia, ad uno ad uno, con un sorriso tirato. È lui il nostro eroe invitto: anche battuti i comunisti conservano la carica donchisciottesca di chi crede fermamente in pochi, saldi ideali.
Alcuni sorrisi imbarazzati mentre viene versato il vino. In cerchio, ci si osserva mentre i calici vengono riempiti e scivolano nelle mani di ognuno di noi. Poi tutti ci giriamo e aspettiamo le parole di Fausto. Lui ci ricambia i nostri timidi sguardi con occhi altrettanto timidi, restituisce ai nostri timidi sorrisi i suoi, altrettanto timidi.
Mi dispiace di non aver fatto di più. Sono parole che ci bruciano dentro, vedendo quant’è stanco il suo volto.
Rimangono delle esperienze bellissime; e le relazioni, quelle rimangono. Sono partito poco convinto ma ho ritrovato l’entusiasmo strada facendo, grazie alle compagne e ai compagni. Ora è il momento di rimboccarsi le maniche: dobbiamo ricominciare… Si blocca. Sappiamo tutti che lui non ci sarà, che il suo ritiro dalla politica è sincero e definitivo. Dovete ricominciare!
Al futuro. Un brindisi sottile e tristissimo. Al futuro. Ci guardiamo negli occhi ma nessuno azzarda un cin. Beviamo in silenzio.
Scambiamo ancora due chiacchiere poi Fausto si congeda. Sembra improvvisamente avere molta fretta di andarsene. Io credo stesse trattenendo le lacrime. Stringe frettoloso le mani e si incammina verso l’uscita, deciso, a testa bassa. Sulla porta si ferma. Esita. Si volta: vi chiedo scusa, compagni, mi dispiace di non aver fatto di più. E se ne va.